Cosa intendiamo quando parliamo di “Social Innovation”?!?

di Mariagerarda Auriemma.

Viviamo immersi in diversi esempi d’Innovazione Sociale ma raramente ci siamo soffermati a comprendere cosa, questa categoria, annoveri. Studiosi come Phillis Jr, Deiglemeier K. e Miller DT. della Stanford University definiscono la Social Innovation come: “ un prodotto, un processo di produzione, una tecnologia. D’altra parte può anche essere un principio, un’idea, una norma legislativa, un movimento sociale, un intervento o una combinazione di tali fattori” 

E’ semplice intuire che, quando si parla d’innovazione sociale, s’ intende la possibilità di produrre cambiamento sociale come afferma anche Richard Branson nel suo ultimo libro Screew (a quel paese) business as usual : Social innovation is a better vehicle for producing Social Change. They also explain why most of today’s innovative social solutions cut across the traditional boundaries separating. No profits, government, and for-profit businesses.” (Branson 2012)

Prendendo in considerazioni diverse correnti di pensiero, il termine Social Innovation esprime un duplice significato: da un lato, innovazione intesa come utilizzo di tecnologie e  dall’altro un’innovazione  realizzata da una comunità e non da un unico individuo o organismo. Questo secondo concetto rimanda all’idea d’innovazione sociale basata su una comunità che realizza una rete sociale avente, di base, l’idea di condivisione di valori etici, democrazia partecipata e una forte attitudine al cambiamento utilizzando innovazioni specifiche e tecnologiche. Sulla base di ciò, dagli anni 2000, si è sviluppato un grosso interesse attorno a tematiche che ben si prestano a declinare l’idea di Social Innovation. Nell’articolo “rediscover the social innovation” di Mulgan S. e B. Sanders, gli autori ricordano le dieci social innovation che hanno cambiato, sensibilmente, la società. Si fa riferimento, in prima istanza, al microcredito  che ha permesso ai più poveri di accedere ai servizi finanziari, come il credito dato dalle banche, a cui altrimenti non avrebbero avuto modo di accedervi. Questo è stato poi la base per la nuova nascita dell’imprenditoria (sociale!) che permette di creare nuove organizzazioni concentrandosi su attività di mercato e non. Ma non solo.

Ad oggi il concetto di Social Innovation è talmente esteso che comprende al suo interno la  green economy, sharing economy, smart-city, innovazione nei servizi pubblici e open source, tutti con una finalità: apportare un miglioramento e cambiamento alla società in cui si vive. Ciò preclude che si abbia innovazione sociale solo quando persone ed organizzazioni svolgono un ruolo attivo e collaborativo per la realizzazione dei processi innovativi attraverso la realizzazione di reti sociali. Soddisfacendo, quindi, i bisogni della collettività per affrontare le nuove sfide per lo sviluppo non dimenticando, d’altro canto, di vivere e comprendere appieno i cambiamenti derivanti dall’evoluzione scientifica,  tecnologica e sociale. Ma tutto ciò deve essere gestito al meglio seguendo (usando una metafora) la bussola della Social Innovation come afferma anche il direttore di Farefuturo Mario Ciampi, il quale afferma che: “La Social Innovation, implica una strategia per la formazione di smart-people, i quali devono vivere secondo i principi dello smart-living in delle smart-communities o smart-cities. Quest’ultime da intendere come città dove gli investimenti nel capitale umano e sociale, nei processi di partecipazione, nell’istruzione, nella cultura, nelle infrastrutture per le nuove comunicazioni, alimentano uno sviluppo economico sostenibile, garantendo un’alta qualità di vita per tutti i cittadini e prevedendo una gestione responsabile delle risorse naturali e sociali, attraverso una governance partecipata.”

In conclusione quella della Social Innovation è, dunque, una “sfida da vincere” anche  perché con molta probabilità essa rappresenterà uno dei più importanti fattori con cui si potrà giudicare l’affidabilità di un Paese per gli investimenti a medio e lungo termine. Il che vuol dire puntare sulla smart- education, (intendendo lo sviluppo di piattaforme territoriali di e-learning o public digital libracy, per citarne alcuni esempi) cittadinanza attiva ( con strumenti di open- governament, legalità legato all’ uso responsabile del territorio) ed infine la capacità di vivere il cambiamento con strumenti ed azioni che agevolino quest’ultimo realizzando ed utilizzando, attraverso le tecnologie, l’innovazione sociale.

Fonti

-Stanford Social Innovation Review, Rediscovering Social Innovation agg. al Febbraio 2013

-Ciampi M., Social Innovation: un affare (sociale) per tutti? agg. al  Aprile 2015

– Branson R., Screw it, let’s do it!, West Virginia, 2012

-Mulgan S.- Sanders B., Rediscover the social Innovation, Stanford, 2014

 

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