Le relazioni interpersonali in un mondo dominato dalla tecnologia. L’amore tra materiale e virtuale.

di Manuela Caravano.

Theodore è un uomo di mezza età, di bell’aspetto, ha un lavoro per cui è molto portato, ha una bella casa, forse è un po’ troppo introverso, e come la maggior parte delle persone della sua età, dopo diverse esperienze infelici, sembra aver trovato il vero amore in Samantha, la sua compagna.

Theodore però è un uomo atipico. E ancor più atipica è la sua storia d’amore.

Theodore infatti è innamorato di un sistema operativo. La sua compagna, Samantha, non è altro che una sequenza di complicati algoritmi i quali, mascherati da una voce calda e sensuale[1], danno vita ad una serie di ricordi ed esperienze sulla base delle informazioni e degli eventi vissuti quotidianamente.

Theodore vive in un mondo futuristico, un mondo in cui il rapporto diretto tra gli individui è ridotto ai minimi termini, in cui è ormai difficile comunicare e si ricorre a qualcuno che dia corpo alle emozioni per proprio conto: Theodore infatti lavora come scrittore di lettere altrui.

Un mondo in cui esiste una “macchina” per tutto, in cui ogni tipo di relazione può essere facilmente mediata da un sistema informatico, in cui addirittura i rapporti sessuali possono essere consumati a distanza tramite delle chat vocali.

In questo mondo quasi fantascientifico, che di futuristico sembra avere solo l’ambientazione, Spike Jonze, regista visionario statunitense, attraverso il suo capolavoro dal titolo “Her”, indaga con un livello di attenzione raramente così profondo, il rapporto che intercorre tra l’uomo ed il suo simile in un mondo dominato dalla tecnologia. Con quella che sembra un’apparente storia d’amore, ai limiti dell’assurdo, tra un essere umano ed una macchina, compresa di tutte le implicazioni melodrammatiche di sorta, in realtà il regista sembra voler esplorare, con precisione scientifica, i meandri della mente e dell’animo dell’uomo moderno, analizzando nello specifico il legame  tra uomo e uomo e tra uomo e macchina in un futuro prossimo non troppo dissimile dal nostro.

Un futuro prossimo in cui il confine sottile che separa i rapporti reali dai rapporti “finti” sembra vacillare. Come può definirsi un rapporto reale? Quali sono i parametri che determinano la concretezza di un legame interpersonale? L’ esistenza fisica degli individui? O forse la presenza di una coscienza di base?

Tutti questi interrogativi, che emergono con forza nella mente dello spettatore, e che il film lascia irrisolti, non sembrano però toccare l’animo di Theodore, il quale si rende conto che Samantha non è solo in grado di immagazzinare dati ed organizzarli in “ricordi”, ma attraverso tali ricordi riesce, grazie a qualche oscuro marchingegno informatico, ad estrapolare le sensazioni che una precisa esperienza le ha provocato. Samantha è in grado di provare emozioni, è in grado di dire cosa le piaccia e cosa non le piaccia. Tuttavia Samantha non è in grado di amare, o per lo meno non nel senso in cui lo intendiamo noi, in cui lo intende Theodore.

Ma per lui questo è sufficiente a farlo innamorare, semplicemente perché per un tipo come lui “è bello stare con qualcuno che ama la vita[2]“.

Nella pellicola si possono distinguere chiaramente due tipi di relazione “umana” diametralmente opposti. In un primo momento il regista sembra non far altro che un ritratto del mondo moderno, non senza qualche picco drammatico in più, in cui la macchina diventa lo strumento attraverso il quale gli individui concretizzano le loro relazioni.

Successivamente però egli va oltre, mette in pratica la sua provocazione, e stavolta la macchina da strumento diventa oggetto della relazione, diventa vero e proprio partner.

Jonze dunque indaga la natura e i rischi dell’intimità e dei rapporti umani nel mondo contemporaneo dominato dalla tecnologia, e le implicazioni che ne derivano. Lo fa però senza presentarci la tecnologia come nemica insidiosa, senza critiche palesi e senza sollecitare emozioni cupe. È l’uomo a essere sotto la sua lente, nelle sue fragilità e nelle sue incapacità.

 

19 Maggio 2015.

 

[1] Nella versione originale del film “Her” la voce è di Scarlett Johansson, che per questa interpretazione è stata premiata come migliore attrice al Festival Internazionale del Film di Roma nel 2013.

[2] Tratto dal Film “Her” di Spike Jonze, vincitore di molteplici riconoscimenti tra cui il Premio Oscar 2014 per la migliore sceneggiatura originale.

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