I Fab Lab: un nuovo modello produttivo?


immagine per angela 2di Mariangela Cesarano Chi l’avrebbe mai pensato che un giorno avremmo avuto tutti la possibilità di realizzare qualsiasi tipo di oggetto senza ricorrere ad un acquisto? Oggi con i fab lab si può!! Ciò a cui dobbiamo pensare quando parliamo di questo fenomeno, è una vera e propria rivoluzione sociale che ha plasmato, in un’ottica decisamente innovativa, società, mercato, produzione e consumatori.

Il modello capitalisco ci ha fatto conoscere l’epoca della standardizzazione della produzione e dei consumi, caratterizzata dal primato della produzione e dalla subalternità del consumatore. La transizione d’epoca a cui abbiamo assistito alle soglie del 2000, ci ha portati dall’affermazione del modello fordista (produzione di massa) a paradigmi che interessano la soggettività, espletata all’ennesima potenza grazie alla tecnologia. La post-modernità infatti, con la conseguente rivoluzione tecnologica, ha aperto un orizzonte nuovo, fatto di possibilità e universi che si aprono ad una partecipazione attiva del consumer al processo produttivo, favorendo la creatività dei singoli. A tal riguardo, i fab lab rappresentano l’esempio più significativo.

Tutto ha origine nel 1998, quando Neil Gershenfeld, direttore del Center for Bits and Atoms del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, inaugura un corso universitario intitolato «How to Make (Almost) Anything» traducibile in «Come fare (quasi) qualsiasi cosa». L’idea di fondo è quella di democratizzare l’accesso e l’educazione alle tecnologie di fabbricazione digitali su cui il Center for Bits and Atoms stava lavorando, allo scopo di preparare gli utenti alle tecnologie del futuro che li avrebbero visti sempre più protagonisti, in un terreno sociale in forte evoluzione. Da qui parte una nuova filosofia che assume presto i caratteri di una vera e propria rivoluzione nell’ambito della conoscenza e della professionalizzazione: la rivoluzione dei makers o fabing, i cosiddetti artigiani digitali perchè in grado di costruire da soli prodotti la cui fabbricazione – anni addietro –  avrebbe comportato risorse economiche ingenti e competenze specifiche. Così, a partire dagli anni 2000, nascono i primi spazi condivisi basati sulla filosofia del fabing: i fab lab (dall’inglese fabrication laboratory) che nel giro di un decennio si diffondono in tutto il mondo. In Italia, il fenomeno è esploso a patire dal 2011, con il primo fab lab a Torino finanziato dalle officine “Arduino” (startup che promuove l’open hardware e la cultura dei maker (arduino ), arrivando oggi a 70 laboratori.

Possiamo concepirli come spazi operativi ove confluiscono le potenzialità di un’officina, di un laboratorio di ricerca e sviluppo tecnologico e di una bottega artigiana. Sono laboratori dove è possibile realizzare qualsiasi cosa partendo da un semplice file realizzato in CAD (o altri software analoghi) da cui nasce un prototipo di un oggetto che viene costruito tramite tecnologie di fabbricazione digitale quali stampanti 3D, laser cutter, frese digitali e kit di microelettronica.

I fab lab sono veri e propri luoghi di creatività e sperimentazione che mettono a disposizione di chiunque spazio, processi, strumenti e conoscenze favorendo la condivisione e la contaminazione di molteplici professioni: dai designer agli ingegneri, dagli studenti a chiunque abbia un’idea e voglia realizzarla. Rappresentano un fenomeno importante della social innovation, ma il valore aggiunto che gli va riconosciuto non è tanto nella combinazione tra digital fabrication e processi collaborativi in un’ottica di innovazione tecnologica, quanto nel fatto che queste innovazioni tecnologiche abbiano dato luogo a processi innovativi dal punto di vista sociale. Nel nuovo scenario sociale, il processo produttivo elude sempre di più le mura della fabbrica tradizionale, per rifugiarsi in laboratori a carattere artigianale dove nascono “dal basso” esperienze e nuove forme di brand, portate in auge dal popolo della rete.

Il modello produttivo basato sui fab lab rientra nella filosofia del societing teorizzata dal sociologo Giampaolo Fabris: la chiave di svolta è un nuovo modello organizzativo basato sulla necessità di lavorare con i legami sociali, dando vita a reti produttive che contribuiscono al bene comune. Successivamente, Giordano e Arvidsson parleranno di societing reoloaded (“ricaricato”). Il concetto di base è che i consumatori stanno diventando sempre più produttivi e trasformando i beni di consumo in una sorta di mezzi di produzione ( pubblici produttivi). In tal senso, i fab lab sono l’espressione più emblematica di come la social innovation possa divenire il motore di un’evoluzione nelle strutture sociali e produttive.

Malgrado la genialità di questa innovazione, non mancano però zone d’ombra, dovute soprattutto all’acerbità del fenomeno considerato e all’assenza di un modello d’impresa innovativo.

Secondo voi, i fab lab possono imporsi come un vero e proprio modello produttivo in grado di assicurare produzione, economia ed occupazione ?

Fonti:

  1. Fabris (2009) Societing. Il marketing nella società postmoderna, Egea.
  2. Giordano, A. Arvidsson (2013) Societing reloaded, Egea.

fablabitalia

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...