L’oblio nell’era digitale

Di Daniela Ambrosio

 

“L’ avvento del digitale ha sovvertito il principio millenario secondo cui dimenticare è la regola e ricordare l’ eccezione.” Ci possiamo permettere di sperperare enormi risorse computazionali e di archiviazione, cosicché per estrarre quello che di volta in volta ci serve, basta digitare una domanda e aspettare la risposta del motore di ricerca. La memoria digitale non provoca effetti devastanti fin tanto che saremo in grado di decidere se e quando tuffarci nel mare dei dati. Grave è la leggerezza con cui rinunciamo a tutelare la riservatezza dei nostri dati personali, lasciandoci trascinare nell’orgia dello scambio di informazioni con “amici” reclutati sui vari social network, senza riflettere sul fatto che, una volta condivise, le informazioni sfuggono al nostro controllo. La conseguenza più grave di simili atteggiamenti è la perdita di quel diritto non scritto all’ oblio che fino a ieri garantiva a ogni essere umano di ridisegnare periodicamente la propria identità. Il diritto all’oblio non è più garantito perchè le notizie negli archivi online sono permanenti. Quindi cosa succede se i “peccati” vengono registrati in una memoria destinata a durare eternamente? Non si tratta solo del pericolo che i nostri dati finiscano in visione a persone estranee ma del fatto che le società alle quali affidiamo più o meno consapevolmente questi dati riescano a stabilire relazioni tra gli stessi ad esempio tra foto e foto, ovvero tra le persone ed i luoghi in esse presenti, ricostruendo in tal modo la nostra intera rete di parentele, amicizie, di luoghi visitati indipendentemente dalla nostra dalla volontà,dalla quantità e qualità delle informazioni di contesto che noi conferiamo. Lo confermano i casi sempre più frequenti di licenziamenti, incarichi negati, carriere rovinate perché qualcuno ha avuto la pessima idea di pubblicare informazioni «compromettenti» sul proprio blog o sul profilo di un social network. A conclusione di questa riflessione sul destino dell’ oblio nell’ era di Internet, Mayer Schönberger prova a suggerire possibili contromisure. Scartata l’ irrealistica soluzione dell’ astinenza digitale in quanto senza le nuove tecnologie è ormai impossibile svolgere qualsiasi attività professionale, verificati i limiti del diritto, Schönberger propone un’ alternativa: perché non attribuire una data di scadenza a tutte le informazioni? Quando salviamo un file, potremmo stabilirne la durata, ordinando al software di cancellarlo alla scadenza: una «resurrezione artificiale» dell’ oblio che limiterebbe significativamente la quantità di informazioni che governi e imprese detengono su cittadini e consumatori. Nel mirino ovviamente c’è soprattutto “Google”, l’anno scorso una sentenza della Corte Suprema dell’Unione Europea aveva ordinato a Mountain View di rumuovere le informazioni obsolete o irrilevanti per non farle più visualizzare sul motore di ricerca ma la sentenza è stata applicata solo sui domini europei. Anche Facebook è entrato nei radar europei per il trattamento dei dati personali. Ora le istituzioni comunitarie devono scegliere che armi usare per quella che si preannuncia già una dura battaglia.

 

Fonti
– Viktor Mayer-Schönberger Delete. Il diritto all’ oblio nell’ era digitale. Egea , Milano, 2013.
– IlFattoQuotiano.it , Il caso Vividown e l’assoluzione di internet, Eduardo Meligrana, 4 febbraio 2014.

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