L’Italia tra i paesi UE “a basse prestazioni” per l’indice DESI 2015. Ma qualcosa si muove

di Carmine Urciuoli. Come un’argentina guizzante tra le schiume, una ghiotta notizia nel maestoso flusso quotidiano non è sfuggita agli analisti del gruppo “Innovazione Sociale” di ComunicHUB. La utilizzerò per introdurne un’altra (e un’altra ancora). Ma andiamo con calma. La fantastica storia di “Mulfari, padre e figlio” inizia in Brianza, terra di origine di Felice, classe 1956, un imbianchino con alle spalle 40 anni nel campo dell’edilizia. Suo figlio Diego, 30enne, è web marketing specialist e per professione crea business con la Rete attraverso l’ottimizzazione delle pagine web nei motori di ricerca (in tre lettere SEO). La crisi nel 2011 tiene ferma l’apecar con cui Felice andava in giro a tinteggiare i muri di case e villette. “L’esercente poveretto non sa più che cosa far e contempla quel cassetto che riempiva di danar”, recitava Rodolfo De Angelis 4 anni dopo la prima tempesta del ‘29.

Grafico dell’indice DESI 2015 aggregato. L’Italia è quartultima in posizione (terzultimo paese UE).

Diego fa una cosa semplice per chi abbia un minimo di digital literacy: apre “una delle forme di UGC più diffuse in rete e più trendy in questo momento” (Murero 2010 p. 26), un blog, e prepara un piano di marketing digitale per rilanciare l’attività del papà.  Arrivano nuovi clienti, l’azienda cambia e gode del rilancio, Felice diventa il primo “imbianchino digitale”, cioè «un artigiano che sfrutta il pc e Internet per acquisire nuovi clienti attraverso un buon posizionamento sui motori di ricerca, un’ottima presenza sui social network, un sito istituzionale e un blog aziendale», come dichiara Mulfari jr in una bella intervista a TgCOM24.

Grafico radiale comparativo degli indici europei DESI 2014 e DESI 2015. Connettività e Capitale Umano tirano il valore in alto. La scarsa Integrazione delle tecnologie digitali è il punto debole.

Usata a ragione come caso da manuale, la storia di Mulfari & Son è tornata di recente nei discorsi di molti politici che la usano come esempio da seguire. Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali del Governo Renzi, ne ha parlato lunedì scorso al Festival dell’Economia di Trento, annunciando il progetto “Crescere in digitale” per la formazione di 3000 digital evangelist. Dalla nuoa generazione neet ad una nuova net generation, verrebbe da dire. Il progetto sorge infatti nell’ambito di Garanzia giovani (rivolto a giovani not in education, employment or training, da cui la sigla neet) e prevede “training online e circa 3mila tirocini retribuiti di sei mesi nelle aziende italiane che potranno per questo accedere ad un bonus fino a 6mila euro in caso di assunzione al termine della formazione”. Frutto dell’accordo tra Google e Unioncamere punta al settore che secondo i dati dichiarati dal Ministero del Lavoro darà occupazione a oltre “4,8 milioni di lavoratori in Europa entro il 2018 e contribuirà per 63 miliardi di euro al Pil dell’eurozona”. Staremo a vedere con speranza, intanto dobbiamo prendere atto del fiato grosso dell’Italia sui nostri temi e delle parecchie posizioni di svantaggio rispetto agli altri paesi UE per quanto riguarda rapporti tra economia digitale e società. Il Digital Economy and Society Index 2015, presentato da Nello Iacono in un intervento al recente ForumPA registra per l’Italia il terzultimo posto con un imbarazzante 0,36 (l’indice va da 0 a 1), insieme ad altri paesi come Bulgaria, Cipro, Grecia, Croazia, Ungheria, Polonia, Romania, Slovenia e Slovacchia. L’indice è composto da cinque indicatori che fanno emergere criticità che non possono essere più ignorate. In quanto a Connettività l’Italia con 0,37 registra la prestazione peggiore, con la copertura più bassa dell’UE di reti di nuova generazione. Il 51% delle famiglie, percentuale più bassa dell’UE, dispone di un abbonamento a banda larga fissa, solo il 2,2% ha una velocità superiore a 30 Mbps. Anche sul Capitale umano La percentuale italiana di utenti abituali di internet è una delle più basse dell’UE (59%) lasciando emergere un digital divide quasi da terzo mondo. Il 31% (un terzo) della popolazione italiana non ha mai usato internet (media UE 18%). A questi numeri si aggiunge la bassa percentuale di laureati in matematica, scienza, tecnologia, ingegneria (1,3% tra i 20 e i 29 anni). L’Uso di internet è ancora limitato e con un valore di 0,31, l’Italia si dimostra indietro rispetto alla media EU negli acquisti online (li fa il 35% della popolazione). Mentre è ancora scarso l’uso delle transazioni online (servizi bancari e acquisti), praticato dal 35% contro la media EU del 63%, è trainante il consumo di contenuti digitali (musica, video, giochi): con il 52% siamo sopra media EU (del 49%).  Nell’Integrazione delle tecnologie digitali con 0,29 (0,28 l’anno scorso), l’Italia occupa il ventiduesimo posto tra i paesi dell’UE. Solo il 5,1% delle PMI è attivo nel commercio online (la percentuale più bassa dell’UE-28) ed il fatturato da e-commerce è ancora basso per le imprese italiane (4,8% del fatturato totale): la metà della media dell’UE (8,8%). Ma è diffusa l’adozione di soluzioni cloud che sottolinea l’attenzione degli imprenditori alle soluzioni di e-business. Le usa il 20%, l’Italia è al quinto posto nella classifica dell’UE-28 per quanto riguarda l’uso di queste tecnologie. La dimensione del DESI 2015 in cui l’Italia vanta le migliori prestazioni è quella dei Servizi pubblici digitali (con un punteggio di 0,42 è al quindicesimo posto tra i paesi UE). Ma i livelli di utilizzo dell’e-Government sono ancora bassi, solo il 18% della popolazione interagisce on line con la pubblica amministrazione: questo perché i servizi pubblici online non sono sufficientemente sviluppati e in parte alle carenze in termini di competenze digitali. Infine, in materia di Open Data otteniamo un punteggio più alto della media EU, 480 contro il 380, che ci porta al nono posto in classifica.

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