Dimmi quanti “like” hai e ti dirò chi sei

Di Manuela Caravano
Nel lontano 1902, Charles Horton Cooley, uno dei principali teorici dell’interazionismo simbolico, affermava che l’io di una persona è il risultato delle interazioni interpersonali nell’ambito sociale e di ciò che gli altri percepiscono di essa. A distanza di un secolo, nell’era dei social network questa concezione dell’io riflesso sembra essere più che mai attuale. Controllare costantemente le notifiche e desiderare un elevato numero di like sul proprio profilo social, oggi, rappresenta il modo principale per conoscere la percezione di come gli altri valutino la nostra identità online, che in realtà non è poi così diversa da come siamo nella vita reale, probabilmente meno goffi e più belli.

Quando nel 2010 venne introdotto su Facebook, il tasto “like” serviva a dare agli utenti la possibilità di esprimere il proprio apprezzamento riguardo singoli contenuti, attraverso un semplice click. Con il passare del tempo però, questo simbolo di approvazione sembra aver assunto significati diversi, forse troppi. Una cosa è certa, oggi sempre più aziende, professionisti o utenti di tutte le età, sono a caccia indiscriminata del più ambito trofeo del web, il like. Ma che valore ha effettivamente? Perché questa ricerca spasmodica di like ?

Tutti gli utenti dei social, più o meno razionalmente sono accomunati dal “desiderio umano di piacere”. È gratificante sapere che un nostro pensiero, una nostra fotografia venga apprezzata. Ci sentiamo riconosciuti, stimati. Percepiamo l’attenzione del nostro pubblico. Addirittura, in uno studio pubblicato dall’università del North Carolina è emerso che ad ogni “mi piace” ricevuto, l’organismo rilascerebbe una piccola dose di dopamina, ovvero quel neurotrasmettitore rilasciato dal corpo quando ad esempio si fa uso di droghe: le notifiche avrebbero lo stesso effetto. Ma questo desiderio umano di piacere sembra ormai essersi tradotto in un incessante ricerca di consenso e notorietà.

“Oggi senza like sei una sfigata, non esisti”. “Mi sento uno sfigato ma è brutto non ricevere like, hai la sensazione che tutti si stiano disinteressando di te, o che tu non sia abbastanza sagace.” Sono alcune delle risposte più frequenti alla domanda “Cosa ti portano i like?

Sembra ormai essersi radicata, infatti, nella mente dei più giovani ma non solo, questa idea che ricevere molti consensi, così come avere molti seguaci sui social sia d’obbligo. Lo dimostra il fatto che, specialmente negli ultimi tempi, sono sorte varie applicazioni che permettono di far accrescere i seguaci su Instagram, dare più visibilità alle fotografie e allo stesso tempo aumentare il numero di like. In sostanza, per ogni due “mi piace” regalati agli stessi utenti dell’applicazione se ne otterrà uno in cambio ad una propria foto. Insomma un vero e proprio baratto, dare per avere. Ma che senso ha tutto questo? Se possiamo comprare “mi piace” che valore potranno mai avere i contenuti che pubblichiamo? Se il “mi piace” non è spontaneo, come possiamo considerarlo di valore?

Forse siamo interessati semplicemente alla quantità e non alla qualità, tutto ciò che ci interessa è colmare quanto più è possibile il nostro bisogno di riconoscimento e di gratificazione “ad ogni costo”. Una cosa è certa però, questa mania di accumulare costantemente consensi, il più delle volte cela una grande insicurezza.

Se le nostre identità online, ma non solo, si costruiscono in funzione del numero di “like”, cosa accadrà se mai un giorno Zukemberg decidesse di introdurre il tasto “dislike”?

Letture :
Cooley C., Human Nature and the Social Order, 1902
http://it.wikipedia.org/wiki/Facebook

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