La social innovation come modello di valorizzazione del patrimonio culturale: il caso di Matera.

di Mariangela Cersarano

«Ma come è possibile che noi abbiamo un patrimonio così straordinario che difficilmente riusciamo a ritrovare quando andiamo in giro per il mondo […] e invece di diventare un’opportunità occupazionale ed un’opportunità di sviluppo economico, diventa un luogo che viene abbandonato, spesso lasciato nel degrado più assoluto?»

Con questo dilemma inizia la terza lezione di Stefano Consiglio, prof. ordinario di organizzazione aziendale presso l’Università Federico II di Napoli, nell’ambito dei mooc visibili sulla piattaforma di e-learning E.M.M.A. sull’innovazione sociale nella gestione del patrimonio culturale.

Consiglio mette in luce la relazione circolare tra cultura, patrimonio ed economia evidenziando come agli occhi dei più, l’abbandono e l’inutilizzo del patrimonio culturale rappresenti una perdita di opportunità economiche, connesse soprattutto al mercato del turismo. Problematizzando sulla questione, Consiglio spiega come questa convinzione, per quanto giusta, sia assolutamente limitata, poiché l’abbandono del nostro patrimonio è prima di tutto una perdita della nostra identità culturale. Per questo motivo, il patrimonio culturale non può essere considerato alla stregua degli altri comparti economici, ma è molto più importante perché ha una valenza sociale e identitaria.

Troppi spiacevoli casi di siti o aree culturali inutilizzate ci hanno fatto capire che i modelli tradizionali di gestione sono ormai obsoleti e inefficienti e che, specie in un momento di crisi economica come questo, l’occasione per una rinascita dei nostri luoghi non può che venire dal basso. Insomma, c’è bisogno di cambiare paradigma adottando metodi interdisciplinari e modelli di sviluppo partecipativi. Solo alimentando l’amor proprio dei cittadini verso quello che gli appartiene, si può pensare a un miglioramento. Di recente, tanti, anche nel Sud Italia, i casi di passioni che hanno mosso verso la ri-funzionalizzazione di siti, luoghi e saperi.

In questo senso, il nuovo modello può trovare ispirazione nei principi della social innovation.

Oggi vi vogliamo raccontare un caso (made in sud!) emblematico delle enormi potenzialità della social innovation applicata alla gestione del patrimonio culturale: l’evoluzione della città di Matera, capitale europea della cultura 2019.

La proposta presentata qualche anno fa dalla “città dei Sassi” alla giuria internazionale, prevedeva una serie di progetti e iniziative che raccoglievano in una dimensione europea i principi veri e propri dell’innovazione, riuscendo a consolidarsi da un lato come città d’arte a forte attrazione turistica, dall’altro come territorio di sperimentazione sociale, ambientale, tecnologica.

La direzione artistica affidata al napoletano Agostino Riitano, cultural project manager per l’innovazione sociale e la rigenerazione urbana mediante la valorizzazione del patrimonio culturale, (che tra l’altro, ritroveremo in qualità di docente nei mooc successivi), vanta tanti progetti di ampio respiro.

Qui riporteremo il progetto “Open Design School Matera”, che rappresenta uno dei cardini del programma culturale di Matera 2019. E’ la prima scuola di design in Europa fondata sui principi dell’open culture, che riunirà autori, blogger, designer, artigiani, hackers, studenti, altri professionisti e accademici che trasformeranno Matera e la Basilicata in una piattaforma di radicale innovazione nell’ambito dell’arte, della scienza e della tecnologia. La scuola sarà costruita tra i Sassi, in edifici riqualificati, dotati di laboratori attrezzati che diverranno luoghi di apprendimento e sperimentazione, privi di gerarchie rigide e in un’atmosfera di arricchimento reciproco.

La scuola, in questo progetto, ha una sua specifica funzione di capacity-building a livello di comunità, dove l’apprendimento avviene lavorando. L’elemento interessante è che si presenta come un meta-progetto perché nasce con l’obiettivo di sviluppare le capacità e le competenze necessarie per produrre localmente gran parte della strategia di design, degli allestimenti e delle competenze tecnologiche richieste per la realizzazione dell’intenso programma di eventi culturali. Inoltre, si potrà beneficiare dell’esperienza e della competenze di designer e istituzioni europei all’avanguardia nel campo del design e dell’open culture (www.matera-basilicata2019.it/it/archivi/documenti.html).

Insomma, un perfetto esempio di capitalizzazione in chiave post-moderna delle risorse di un territorio.

Viene spontaneo pensare che anche una città come Napoli, con la sua ricchezza storica, possa dirigersi in questa direzione. A tal proposito, mi viene in mente un dato impressionante su cui i mooc seguiti mi hanno fatto riflettere molto: a Napoli ci sono circa quattrocento chiese di grandissimo interesse architettonico concentrate in pochi chilometri quadrati di cui la metà sono chiuse da anni. Alcune di quelle aperte poi, offrono sensazioni contrastanti: bellezza e suggestione e poi sgomento e delusione! Capita infatti di vedere all’ingresso di una chiesa cumuli di immondizia oppure oggetti abbandonati.

Ma forse – come suggerisce il prof. Consiglio- è colpa dell’alibi dimensionale del patrimonio culturale? E allora visto che ci sono troppe chiese a Napoli, invece di chiuderle, non si potrebbero riutilizzare, magari per creare laboratori di teatro, di scrittura o di danza per i bambini residenti nella zona?

Eppure sono quattrocento. Eppure Matera è passata dai sassi all’open culture. Eppure il centro storico di Napoli è fra i più importanti al mondo.

E voi quali luoghi vorreste riqualificare? In che modo innovereste le risorse culturali partenopee?

FONTI:

matera basilicata

europeanmoocs

 

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