Le trappole della connettività, Parte II

di Elio De Nicolo.

Nell’interazione face to face il soggetto è il suo corpo: dall’espressione del volto al movimento delle mani, ogni gesto riflette il soggetto e lo rende visibile all’altro. Ma sappiamo che con l’introduzione di un medium, il soggetto diventa “disincarnato” per il suo interlocutore, in quanto la fisicità del corpo viene sostituita da quella del medium stesso. Quindi l’uso inconsapevole e continuativo dello smartphone, come tra l’altro del computer che abbiamo in casa, porta inevitabilmente – oltre ai condizionamenti e alle strumentalizzazioni che si possono avere anche attraverso altri media – ad un alterato rapporto dell’uomo con se stesso, con l’ambiente e col prossimo.

Lo stato mentale più difficile da coltivare nell’era digitale è molto probabilmente qualcosa di diverso sia dalla rapida capacità di reazione dell’attenzione parziale sia dalla concentrazione assoluta dell’attenzione pura: si tratta delle fantasticherie collegate sia all’intuizione creativa sia alla serenità personale. Pensieri come quelli che possono emergere nei tempi “morti” della vita – su un treno, nella vasca da bagno, mentre si cammina – non si possono riprodurre né mediante un’apposita pianificazione digitale né definendo scrupolosamente delle cornici temporali offline. Sono momenti che spesso colgono di sorpresa, quando la vita non è programmata minuto per minuto. Sono idiosincratici, individuali, un tipo di libertà garantita «quando le idee ondeggiano nella mente, senza che l’intelligenza vi rifletta sopra o vi faccia caso», ricordando le parole di John Locke.

Tutti i sistemi e le strategie devono lasciare un po’ di spazio all’eccentricità: perché i nostri pensieri siano pienamente nostri abbiamo bisogno di essere liberi non solo dalla tirannia degli strumenti utilizzati male, ma anche dalle nostre strategie ed esigenze migliori.

Times Square

Viviamo nel mondo della convergenza mediatica, in cui ogni storia importante viene raccontata, narrata, ogni marchio viene venduto e ogni consumatore viene corteggiato attraverso le molteplici piattaforme mediatiche. Una convergenza che però non avviene esclusivamente tra le attrezzature dei media – per quanto sofisticate possano essere – ma soprattutto nei cervelli dei singoli consumatori nonché nelle loro reciproche interazioni sociali. Ognuno di noi si crea una sua personale mitologia dalle unità e dai frammenti di informazione estratti dal flusso mediatico e trasformati in risorse da cui trovare il senso della propria vita quotidiana.

Dato che noi abbiamo a disposizione, su qualsiasi tema, più dati di quelli che ognuno di noi può immagazzinare da solo, siamo maggiormente incentivati a parlare tra noi dei media che fruiamo e questo “parlare” crea rumore che il mondo dei media sta cominciando a valutare sempre di più. Ed ecco dunque che il consumo si trasforma in un processo collettivo, che si fonda proprio su quel principio di intelligenza collettiva/connettiva fonte alternativa di potere mediatico: un potere che noi stiamo imparando ad usare attraverso le interazioni quotidiane all’interno della cultura convergente.

La costruzione collettiva del significato sta cambiando l’agire e il modo di intendere la religione, l’educazione, la legge, la politica, la pubblicità.

Letture:

– Jenkins, H. (2006), Convergence Culture: Where Old and New Media Collide, New York University Press (trad. it. Cultura Convergente, Apogeo, Milano 2007).

– De Kerckhove, D. (1993), Brainframes. Mente, tecnologia, mercato. Come le tecnologie delle comunicazioni trasformano la mente umana, Bologna, Baskerville.

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